In tanti hanno chiesto a Jill Stein di abbandonare la sua candidatura alla presidenza, alcuni suoi familiari l’hanno addirittura implorata. Eppure il nome della candidata ‘verde’ è rimasto sulle schede elettorali delle presidenziali USA e peserà soprattutto negli “swing States”, gli Stati in bilico, dove si giocano le partite decisive sul filo di poche migliaia di voti per Kamala Harris o per Donald Trump.
Rischi
Stein respinge al mittente le preoccupazioni di chi teme che la sua ostinazione possa portare alla vittoria Trump e rimarca che i suoi sostenitori in ogni caso non appoggerebbero mai i democratici. “Dimentica il male minore – dice con toni da vaticinio – e combatti per il bene superiore”. Già nel 2016, quando Trump vinse per la prima volta, in Michigan e in un altro Stato chiave, il Wisconsin, il numero dei voti per la candidata del Partito Verde fu superiore al margine con cui il tycoon sconfisse Hillary Clinton. Questa volta i democratici non vogliono correre rischi e il Comitato Nazionale Democratico ha diffuso uno spot di attacco a Stein, in cui il suo volto si trasforma lentamente in quello di Trump. Ma lei fa spallucce e anzi va all’attacco su una questione delicata per i democratici: il sostegno a Israele.
Scossa
Nei sondaggi nazionali Stein è stimata intorno all’1%, ma è convinta di poter dare una scossa al sistema bipartitico americano. Dearborn, alla periferia di Detroit, è la prima città americana a maggioranza araba e lì sono apparsi cartelli dei sostenitori di Stein prima contro “Genocide Joe” (Biden) e ora contro “Killer Kamala”. Harris sta cercando di limitare i danni, aumentando la pressione sulla partecipazione degli afroamericani alle urne. A livello nazionale gli indecisi sarebbero ancora intorno al 5%. Anche piccoli spostamenti di elettorato potrebbero fare la differenza nella vittoria alla Casa Bianca il 5 novembre. E così i pro Stein si vantano: “Potremmo negare a Kamala Harris lo stato del Michigan”.
Pecora nera
In Michigan e Wisconsin il ‘voto di protesta’ complottista e no vax troverà sulle schede ancora il nome di Robert F. Kennedy Jr. Un problema per Trump, nonostante la pecora nera della famiglia Kennedy si sia all’ultimo ritirato e abbia annunciato il suo sostegno al tycoon. Altro osso duro per il candidato repubblicano, in una situazione di voto che si mostra assai fluida anche in Pennsylvania e in Georgia, la presenza del candidato libertario, cioè ultraliberista, Chase Oliver, uno che rubando la battuta a Trump sostiene: “Meno governo è meglio”.
Silenzioso
Questo è quello che vari osservatori definiscono “il potere silenzioso dei candidati terzi”. A fare da possibili guastafeste negli Stati sul filo del rasoio ci sono altri mini-candidati. A sinistra l’indipendente nero e progressista Cornel West, con qualche seguito tra la classe operaia in un altro “swing State”, il Nord Carolina. Mentre a destra a rubare potenziali elettori a Trump, c’è il candidato antiabortista del Constitution Party, Randall Terry, che potrebbe portarsi via i consensi dei più accesi tra i pro-life.
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