Il capo nazionalista turco, Devlet Bahceli, alleato del presidente Recep Tayyip Erdogan, ha proposto la grazia per il leader curdo Abdullah Ocalan, rinchiuso in un carcere di massima sicurezza dal 1999. La grazia verrebbe concessa se il PKK, il partito fondato da Ocalan, deponesse le armi, rinunciando alla lotta armata e ponendo fine all’insorgenza, iniziata quarant’anni fa, nell’agosto 1984. Nel conflitto curdo-turco sono morte oltre 50mila persone, la stragrande maggioranza civili curdi uccisi dalle forze armate turche.
Indipendenza
Il PKK si batte per l’indipendenza del Kurdistan, la porzione sud-orientale della Turchia dove i curdi formano il gruppo etnico predominante. La proposta di Bahceli è giunta come un fulmine a ciel sereno, poiché il suo partito MHP, attore chiave nella coalizione che sostiene Erdogan, è stato storicamente contrario a qualsiasi negoziato con il PKK. La mossa di Bahceli ha scatenato una serie di voci secondo cui Ankara starebbe valutando di risolvere con la trattativa la questione curda. Voci che hanno trovato conferma in una dichiarazione televisiva dello stesso Erdogan, secondo il quale la sua coalizione di governo sta offrendo un’opportunità unica per porre fine al terrore e nessuno dovrebbe sacrificare la nuova iniziativa per interessi personali.
Parlamento
“Mi rivolgo a coloro che affermano che nulla accadrà se il leader terrorista non sarà coinvolto – ha affermato Bahceli -. Allora, lasciatelo venire a parlare in Parlamento. Lasciatelo gridare che il terrorismo è completamente finito e che la sua organizzazione è sciolta”. Tra il 2013 e il 2015, con l’annuncio da parte di Ocalan di un cessate il fuoco unilaterale, si erano già avviati contatti di pacificazione, poi nuove iniziative militari del governo turco portarono il PKK a dichiarare finita la tregua e a una ripresa sanguinosa del conflitto. Ocalan sta scontando l’ergastolo a Imrali, un’isola-prigione nel Mar di Marmara. La sua famiglia e i suoi avvocati non possono parlargli né fargli visita da più di 3 anni e mezzo.
Speranza
A ottobre alla riapertura del Parlamento, Bahceli aveva sorpreso l’opinione pubblica stringendo la mano ai parlamentari del partito filo-curdo DEM, all’opposizione. I boatos nel mondo politico turco non escludono che Erdogan con la possibile apertura verso Ocalan, stia cercando il sostegno del DEM, la terza forza nel Parlamento turco, nel suo tentativo di modificare la costituzione per consentirgli di rimanere in carica a vita. Salito al potere nel 2003, da allora non ha mai smesso lavorare per rafforzare la sua presa sul potere. Dal canto suo Bahceli sostiene che la proposta a Ocalan potrebbe “cambiare il corso della storia” e “spezzare le catene della Turchia”. Il leader curdo se accettasse il disarmo, come avvenuto in Irlanda del nord per l’IRA, potrebbe essere scarcerato ai sensi dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, noto come “Diritto alla speranza”, che inibisce le pene detentive a tempo indeterminato.
Rojava
Ocalan è sostenitore del “confederalismo democratico” – basato sulla democrazia diretta, su un’economia solidale ed ecologica e sul ruolo decisivo delle donne nell’uguaglianza di genere – messo in campo nel Rojava, la regione a maggioranza curda autonoma de facto, costituitasi dal 2012 nel nord-est della Siria a partire dalla lotta contro l’organizzazione terrorista islamica ISIS. Nella vicenda umana e politica di Ocalan clamorosa fu la mancata concessione da parte del governo D’Alema dell’asilo politico e il suo allontanamento dall’Italia nel gennaio 1999. Il capo del PKK obbligato ai tempi dal regime di Damasco a lasciare la Siria, iniziò una lunga odissea alla ricerca di un asilo politico, braccato dagli 007 turchi.
Kenya
Dapprima si rifugiò in Russia, da dove fu invitato ad allontanarsi dopo pochi giorni. Successivamente il 12 novembre 1998 giunse a Roma, accompagnato da Ramon Mantovani, deputato di Rifondazione Comunista. Il PRC era all’opposizione, dopo la fine dell’appoggio esterno al primo esecutivo di Romano Prodi. Il neo-costituito governo D’Alema non poteva estradare Ocalan in Turchia, Paese in cui era in vigore la pena di morte, ma non gli concesse neppure l’asilo, dopo la minaccia di boicottaggio alle aziende italiane da parte di Ankara e le pressioni degli Stati Uniti. Nell’imminenza della partenza di Ocalan da Roma, ha ricordato Mantovani in una recente intervista all’agenzia curda Anf News, D’Alema e il ministro della Giustizia Diliberto “dissero che il governo non era competente per concedere l’asilo politico e che solo la magistratura avrebbe potuto farlo. Tutti sanno – rimarca l’ex deputato di Rifondazione – che normalmente i governi offrono l’asilo e la protezione e solo in seguito, se eventualmente si accenda una controversia, se ne occupa la magistratura. In ogni caso qualche mese dopo la partenza dall’Italia, il Tribunale di Roma concesse lo status di rifugiato politico a Ocalan”. Sta di fatto che il 15 febbraio 1999 Ocalan fu catturato a Nairobi in Kenya da agenti dei servizi segreti turchi, per finire in quel carcere dove ancora oggi sconta l’ergastolo.
Ti piace questo articolo? Imposta in20righe come fonte preferita su Google.
Imposta in20righe come fonte preferita







