RDC Congo: conquistata Goma, M23 appoggiato dal Ruanda punta a Kinshasa. Ventisette anni fa la ‘cavalcata’ di Kabila abbatté Mobutu

I ribelli tutsi filo-ruandesi dell’organizzazione paramilitare M23 conquistata Goma, capoluogo del Nord Kivu, puntano sulla capitale della Repubblica Democratica del Congo (RDC), Kinshasa. Una lunga marcia che vorrebbe ricalcare le orme di quella vittoriosa cavalcata intrapresa 27 anni fa da Laurent-Désiré Kabila, un altro ‘prezioso’ alleato di Kigali. Kabila, seguace del progressista Patrice Lumumba e all’inizio dell’attività di guerrigliero sodale di Che Guevara, depose il padre padrone dello Zaire, l’ex Congo belga, il sanguinario Mobutu Sese Seko, e ribattezzò il grande Paese dell’Africa centrale con il nome di Repubblica Democratica del Congo.

Rovesciare

Oggi Corneille Nanga, leader della coalizione politico-militare Congo River Alliance (AFC), che ha come perno M23, ha affermato che l’obiettivo finale è rovesciare il governo del presidente congolese, Félix Tshisekedi. M23 nacque nel 2012, imbracciando le armi per proteggere i diritti della minoranza tutsi nella Repubblica Democratica del Congo. Adesso i ribelli, nonostante le richieste internazionali di cessate il fuoco, stanno avanzando verso Bukavu, la seconda città più grande dell’est della RDC e capoluogo del Kivu Sud. Nanga ha rimarcato: “Continueremo la marcia di liberazione fino a Kinshasa”, che dista a ben 2.600 chilometri di distanza. La recente vittoriosa offensiva dei ribelli anti-Assad in Siria sembra confermare che nulla è impossibile.

Mercenari

In un discorso televisivo Tshisekedi, dopo le violente manifestazioni nazionaliste e anti-occidentali a Kinshasa, ha cercato di rianimare i suoi: “La Repubblica Democratica del Congo non si lascerà umiliare o schiacciare. Combatteremo e trionferemo” e ha annunciato una “risposta vigorosa e coordinata” contro la guerriglia. Ma le Forze armate della Repubblica Democratica del Congo (FARDC) sono in grande difficoltà e appaiono sfilacciate, nonostante l’appoggio dei peacekeeper della missione ONU Monusco e di quelli della Comunità per lo sviluppo dell’Africa australe (Sadc). Sul terreno con Kinshasa ci sono anche la milizia locale Wazalendo e soldati del Burundi, oltre a numerosi mercenari. Clamorosa la resa a M23 di almeno 300 contractor rumeni, disarmati e trasferiti in Ruanda. “Stiamo lottando per il nostro futuro”, ha detto Nanga agli umiliati rumeni: “Non venite più qui per l’avventura”. Secondo notizie raccolte dalla BBC, i rumeni – alcuni dei quali ex della Legione straniera francese – percepivano uno stipendio di 5mila dollari al mese, mentre i soldati congolesi guadagnano circa 100 dollari e spesso i loro stipendi sono in ritardo o non arrivano per nulla. I mercenari rumeni sarebbero in qualche modo legati all’ex gruppo russo Wagner. Uno dei loro capi, responsabile della sicurezza del candidato presidenziale filorusso di estrema destra Georgescu, è stato arrestato a Bucarest dopo l’annullamento delle elezioni presidenziali per le interferenze di Mosca.

Sfollati

Nell’area dell’est della RDC, secondo l’ONU, gli scontri dell’ultima settimana hanno costretto circa 500mila persone ad abbandonare le proprie case, aggravando una crisi umanitaria già pesante che coinvolge milioni di sfollati. Gli analisti affermano che una parte importante della posta in gioco – al di là dell’ultratrentennale conflitto razziale tra tutsi e hutu – è il controllo dei vasti giacimenti minerari, dall’oro al coltan ad altri minerali essenziali per gran parte della tecnologia mondiale, il cui valore stimato in decine di migliaia di miliardi di euro. Le prove che dimostrano come il Ruanda sostenga i ribelli M23 sono state presentate dagli esperti ONU, ma a nulla sono serviti finora i richiami al presidente del “Paese della mille colline”, Paul Kagame. Nel 1994 un milione di persone furono massacrate a colpi di machete dai paramilitari di etnia hutu, in quello che venne chiamato il “Genocidio del Ruanda”, uno dei peggiori stermini di massa della storia dell’uomo. Kagame guidò la riscossa tutsi e oggi il Ruanda punta al ruolo di potenza regionale nella regione dei Grandi Laghi, grazie alla crescita economica e alla stabilità mantenuta con il pugno di ferro. Finora Kagame ha fatto orecchie da mercante e anzi, a fronte delle rimostranze del presidente sudafricano, Cyril Ramaphosa, dopo l’uccisione di diversi suoi peacekeeper, il leader ruandese ha replicato con toni duri: “Se il Sudafrica vuole contribuire a soluzioni pacifiche, va bene, ma il Sudafrica non è nella posizione di assumere il ruolo di pacificatore o mediatore. E se il Sudafrica preferisce lo scontro, il Ruanda affronterà la questione in quel contesto”.

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Alessandro Cavaglià
Alessandro Cavaglià
Giornalista parlamentare, classe 1956. Già vice caporedattore AGI, responsabile pro tempore delle redazioni Politico-parlamentare, Interni-Cronaca e della Rete speciale per Medio Oriente e Africa. Ha lavorato ad AdnKronos e collaborato con La Stampa e Il Mondo. Laureato in Lettere-Storia moderna all'Università La Sapienza di Roma

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