Iran: “guerra di lunga durata” degli ayatollah. Arduo ‘regime change’ con i civili intrappolati tra bombe e repressione. Israele studia nuove mosse

La strategia, la “guerra di lunga durata”, l’ha creata a suo tempo Mao Zedong, ora viene spiattellata apertamente su X dal ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi: “Abbiamo avuto due decenni per studiare le sconfitte dell’esercito statunitense e abbiamo imparato la lezione. I bombardamenti della nostra capitale non hanno alcun impatto sulla nostra capacità di condurre la guerra. La ‘difesa a mosaico decentralizzata’ ci consente di decidere quando e come la guerra finirà”. Usa e Israele, puntando sulla loro potenza di fuoco, hanno lanciato un attacco di ‘decapitazione’, hanno ucciso l’ayatollah Khamenei e molti alti gradi dell’apparato di sicurezza iraniano. Ma Teheran aveva elaborato la dottrina per assorbire gli shock e trasformare il tempo e la resilienza in armi micidiali.

Utilities

In un’analisi per FP Arsham Reisinezhad, professore associato di Economia al Regent College di Londra, afferma: “L’Iran non ha bisogno di sconfiggere gli Stati Uniti in un contesto militare convenzionale. La strategia è progettata per trasformare la guerra da uno scontro sul campo di battaglia, in uno shock geopolitico-economico multidimensionale”. Nelle guerre moderne i sistemi militari ad alta tecnologia sono straordinariamente costosi da gestire e da rifornire, lo si era visto nelle campagne contro gli Houti dello Yemen. Il lancio di un drone può costare 20mila dollari, mentre per intercettalo se ne spendono più di 500mila. E poi, come a Hormuz, basta qualche mina per bloccare le rotte e, in ogni caso, anche interruzioni modeste delle catene di approvvigionamento possono innescare effetti economici a cascata. Israele, rischiando l’irritazione di Trump, ha allora deciso di passare all’attacco sistematico alle infrastrutture petrolifere e alle utilities della Repubblica islamica. L’obiettivo non è più la decapitazione del regime, ma spezzare la spina dorsale economica e industriale dell’Iran.

Spallata

I pasdaran, i basij, l’esercito regolare Artesh formano parti di un sistema distribuito e se una parte viene colpita, le altre continuano a funzionare. Se i vertici vengono uccisi, la catena non crolla. Nella morsa rimangono stretti i civili iraniani, tra le bombe degli attacchi aerei e la repressione del regime. Isolati dal blackout di Internet, non riescono a determinare le condizioni per una trasformazione di sistema. Hanno pagato con un bagno di sangue il loro coraggio, ma a dispetto di quanto auspicato dall’opposizione in esilio non hanno portato la spallata. Le forze di sicurezza sono rimaste fedeli a un regime feroce e la protesta attende ancora una leadership unitaria e un programma politico coerente per giungere al cambio di regime.

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Alessandro Cavaglià
Alessandro Cavaglià
Giornalista parlamentare, classe 1956. Già vice caporedattore AGI, responsabile pro tempore delle redazioni Politico-parlamentare, Interni-Cronaca e della Rete speciale per Medio Oriente e Africa. Ha lavorato ad AdnKronos e collaborato con La Stampa e Il Mondo. Laureato in Lettere-Storia moderna all'Università La Sapienza di Roma

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