Alla fine gli italiani saranno chiamati al voto soltanto su cinque referendum. Bocciati dalla Corte costituzionale i quesiti potenzialmente più coinvolgenti per i cittadini su eutanasia e legalizzazione della cannabis, ma anche quello sulla responsabilità civile dei magistrati. Insomma, alla fine gli elettori potranno esprimersi unicamente su questioni di carattere molto tecnico e dall’appeal assai scarso.
Quorum
Il rischio, già concretizzatosi più volte in precedenti occasioni, è quello di non raggiungere il quorum. La metà più uno degli aventi diritto al voto, invalidando così la consultazione. Per fede politica o per scarso interesse gli italiani hanno già ripetutamente scelto di “andare al mare” piuttosto che alle urne nelle giornate di voto referendario. Ora a scaldare i cuori, in una domenica compresa tra il 15 aprile e il 15 giugno prossimi, dovrebbero essere i cinque referendum promossi dai radicali e dalla Lega.
Collasso
A fronte di una giustizia sull’orlo del collasso, piena di magagne e internazionalmente nota per i suoi tempi biblici, i cittadini potranno esprimersi su questioni terribilmente fredde come il riconoscimento del diritto di voto degli avvocati nelle valutazioni di professionalità dei magistrati all’interno dei Consigli giudiziari. Olé. L’abrogazione delle norme in tema di incandidabilità (legge Severino). Olé. Cancellazione delle firme per presentare una candidatura alle elezioni dei consiglieri togati del Consiglio superiore della magistratura. Olé. Limitazione delle misure cautelari. Olé. Separazione delle carriere dei magistrati. Olé.
Sottile
A spiegare le decisioni della Corte Costituzionale è stato il presidente, Giuliano Amato, giurista e politico per il quale Eugenio Scalfari coniò il soprannome di Dottor Sottile. E allora: stop all’espressione della volontà popolare sul fine vita, perché “il referendum non era sull’eutanasia, ma sull’omicidio del consenziente”. E “l’omicidio del consenziente – ha certificato Amato – sarebbe stato lecito in casi ben più numerosi e diversi da quelli dell’eutanasia”. Minuziosa giustificazione anche per la bocciatura del quesito sulla legalizzazione delle droghe leggere, poiché “non era sulla cannabis, ma sulle sostanze stupefacenti”.
Facce
Un linguaggio giuridichese che non ha convinto Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni: “In due ore hanno liquidato la nostra iniziativa. Bastava guardare le facce dei relatori per capirlo”, c’era chi sbuffava durante “le argomentazioni dei nostri avvocati”. È stata “spazzata via una stagione referendaria. Ma sono molto più preoccupato per la democrazia italiana che per l’eutanasia”. Per il Comitato promotore del referendum sulla cannabis legale, la Corte non è riuscita “a garantire agli italiani un diritto costituzionale” e ciò a fronte di “un Parlamento che da trenta anni non riesce ad adeguare le leggi sulle droghe alle esigenze della giustizia, della salute e della libertà dei cittadini. A vincere è lo status quo. A vincere è il monopolio della cannabis nelle mani delle mafie”.
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