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“Cambiare idea si può. Anzi, a volte, si deve”. E’ l’esortazione rivolta dal premier Giuseppe Conte ai Cinquestelle nel suo intervento (virtuale, come tutta la kermesse grillina, con il capo politico Crimi a far da moderatore) agli Stati generali del Movimento. Una sorta di congresso che si conclude oggi con gli interventi di 30 super-delegati – quasi tutti i big, manca Davide Casaleggio che si è sfilato polemicamente – impegnati a ridisegnare l’identi-kit di una forza politica (“una forza tosta” ha detto il premier) nata undici anni fa, passata dalla piazza al palazzo e, una volta giunta al governo, tormentata dal dilemma se restare ancorata ai valori originari o accettare di modificarli per adattarli alla nuova realtà rappresentata oggi dal Movimento. Proprio su questo dilemma si è soffermato Conte, suggerendo il cambiamento. “Nella vita politica ci si imbatte spesso nel dilemma tra coerenza delle proprie idee e possibilità di cambiare opinione. E’ un dilemma mal posto. La coerenza è sicuramente un valore, ma – ha detto il premier – quando governi devi valutare la complessità, bisogna avere anche il coraggio di cambiarle le idee, quando ti accorgi che queste sono migliori di quelle che avevamo. E se la coerenza delle stesse idee fa male al Paese si ha l’obbligo morale di cambiarle. La prova del nove è spiegare perché il cambiare idea è una cosa giusta”. Conte ha concluso il suo intervento con tre consigli ai Cinquestelle su altrettante sfide “imprescindibili”. La prima è che “non bisogna mai perdere il contatto con la gente, che è uno dei rischi maggiori per chi governa. Bisogna tenere l’orecchio poggiato a terra”. La seconda “è rimettere l’uomo al centro di qualsivoglia politica sociale ed economica”. Terza e ultima sfida: “Vi siete battuti contro la logica dei privilegi, bisogna continuare a lavorare in questa direzione secondo il paradigma scritto nella Costituzione: gli incarichi pubblici vanno assolti con disciplina e onore. L’etica pubblica deve essere premessa di qualsivoglia politica”.

Poi sono intervenuti i big. C’era grande attesa per le parole di Alessandro Di Battista dopo che in mattinata l’ex-dioscuro grillino su Fb aveva sparato a zero contro il gruppo dirigente dei Cinquestelle “genuflesso ai padroni” e aveva chiesto la pubblicazione della ‘conta’ dei voti degli iscritti per la scelta dei delegati. In sostanza aveva accusato il capo politico reggente, Crimi, di aver secretato il conteggio per non far emergere il forte consenso che avrebbe raggiunto chi si riconosce proprio nella sua posizione (“che forse non sono così pochi” chiosava, alludendo forse a quel 40% che qualcuno dei suoi gli attribuiva…). Nel suo intervento agli Stati generali, Dibba ha espresso non solo il suo disagio ma anche la contrarietà alle decisioni che gli Stati generali si appresterebbero a prendere. “Io non vedo l’ora di tornare in prima linea con il M5S,  vedremo in che ruolo. Sono pronto a rimettermi in giorno ma chiedo garanzie” ha detto Di Battista elencando sei punti: “La revoca dei Benetton da Autostrade; una presa di posizione chiara rispetto al tema del conflitto di interessi tra sistema finanziario e gruppi mediatici; che venga scritto nero su bianco che non ci sarà nessuna deroga alla regola del doppio mandato; che qualunque legge elettorale dovesse essere approvata il M5S si presenterà alle politiche da solo; che il Movimento non appoggerà mai una legge elettorale senza preferenze; che nel comitato di garanzia – l’organo collegiale destinato a guidare il M5s, ndr – non comprenda esponenti del governo”.

Attesissimo Luigi Di Maio che sembra essersi ripreso il Movimento. Il ministro degli Esteri nel suo intervento ‘alternativo’ ha sostenuto, invece, che per il M5S ora è tempo di un cambio di passo: “Io voglio un Movimento autonomo, forte e protagonista e che si deve far valere di più nel governo e quindi deve cambiare passo, non basta dire solo che siamo il terzo polo: quella è una posizione, non un’identità”.

Per il presidente della Camera Roberto Fico “si parla molto di ritorno alle origini, ma secondo me è un po’ ipocrita ridurre a questo la riflessione sulle criticità di un Movimento, cresciuto tanto e molto in fretta”. E ha continuato: “Siamo entrati nelle istituzioni e abbiamo vissuto le contraddizioni del passaggio dalle piazze ai palazzi, da opposizione a forza di governo. Riconoscerlo non significa rinnegare le origini, ma evolvere tenendo fede all’essenza del progetto. Una comunità che si pone dubbi e cerca sintesi ha un futuro davanti a sé. Se vive di slogan e dogmi, è statica e nel passato”.

E’ toccato al reggente Vito Crimi tirare  le somme sul lavoro della due giorni grillina. Tra le conclusioni più importanti verso cui si orientano gli Stati generali del M5s: la “necessità di una guida collegiale”, nessuna deroga “alla regola dei due mandati” (forse ad eccezione dei comuni), sì alle alleanze sui territori ma “solo su obiettivi e programmi comuni nell’interesse dei cittadini. No ad alleanze strutturali”.