Pronto Soccorso
(foto di gcasasola da PxHere)

Sempre alla rincorsa del virus, mai in vantaggio. Così i Pronto soccorso sono intasati e i malati gravi con altre patologie non ricevono più le cure adeguate. In allarme i cardiologi di tutta Italia

“Stiamo arrivando esattamente alla stessa situazione di marzo, perché continuiamo a rincorrere il virus invece di prevenirlo” e ciò mette in serio pericolo tutti i malati gravi non Covid. A lanciare l’allarme è il professor, Francesco Fedele, ordinario di cardiologia alla “Sapienza” e direttore UOC malattie cardiovascolari del Policlinico Umberto I di Roma, che a ‘In20righe’ dice: “Sono mesi che la Società di cardiologia ha avvertito le Istituzioni di questo pericolo, cercando nel contempo di aiutare a rinforzare la medicina territoriale. Purtroppo siamo ancora indietro”. Il virologo Walter Ricciardi su La Repubblica parla di “pressione altissima sugli ospedali. In un mese 27mila contagiati tra medici e infermieri”.

Deja-vu

E c’è poi il richiamo dei cardiologi: “Rischiamo di avere più morti per infarto nelle prossime settimane che non per la pandemia”. Ecco un tragico deja-vu della prima ondata a marzo. Nei Pronto Soccorso i ricoveri per gravi patologie cardiovascolari (infarti) calarono tra il 30 e il 50%, con un affollamento inaspettato e incontrollabile di infetti da Coronavirus. Si dovevano riorganizzare le strutture ospedaliere e territoriali, ma non è stato fatto. A tutt’oggi i medici di famiglia non sono pronti per curare i pazienti Covid a casa. In farmacia si trovano saturimetri anche molto sofisticati. Alcuni di essi misurano, oltre che la saturazione dell’ossigeno, anche la temperatura e fanno l’elettrocardiogramma. Ma se il paziente non è collegato a un team sanitario di supporto che se ne fa? Il malato è costretto a recarsi in ospedale o a chiamare l’ambulanza quando potrebbe essere troppo tardi.

Lazio

Fedele sottolinea: “Noi all’Umberto I siamo stati avvantaggiati nella riorganizzazione Covid, dalla disposizione interna dei reparti già divisi in padiglioni. Abbiamo potuto allestire un padiglione con percorso specifico per i casi Covid e uno non Covid per patologie cardiache. Siamo anche l’ospedale che ha messo a disposizione più posti letto nel Lazio. Ne abbiamo 500 attualmente”. Fedele prosegue: “Domani mi recherò in Regione per una riunione per migliorare il lavoro delle USCA (Unità speciali di continuità assistenziale) e promuovere la telemedicina sul territorio. Dobbiamo fermare l’onda dello tsunami nei Pronto soccorso, altrimenti le persone che sono affette da malattie cardiologiche o oncologiche gravi non si possono curare”.

Prima linea

È un grido d’allarme disperato quello dei medici in prima linea, in un momento di nuovo molto delicato in cui i dati dei contagi sono finalmente in leggero calo, ma la strada da percorrere è ancora lunga. La situazione ospedaliera è in bilico anche nelle regioni come il Lazio, che sono ancora zona gialla. Se l’Umberto I tiene, a Roma ci sono altre realtà ospedaliere in assoluta difficoltà. Come il caso del San Camillo, ospedale limitrofo allo Spallanzani/Forlanini, dove il reparto di cardiologia si è fermato tre giorni fa per Covid, dopo il contagio di medici e infermieri. Si può accedere solo all’UTC, unità intensiva coronarica, in caso di infarto in corso. Ma chi non rischia di morire dovrà aspettare o recarsi presso un altro ospedale della capitale. I posti letto disponibili ci sono (tra i 16 e i 18), ma non ci sono gli operatori sanitari che si sono ammalati. Il sovraffollamento del San Camillo, diventato hub per tutta la cardiologia, si poteva prevedere, ma così non è stato. Allo stesso modo in cui, a livello nazionale, non si è prevista l’entità della seconda ondata. A rimetterci sono i pazienti che hanno bisogno di un pacemaker o di un esame alle coronarie. Il timore è che l’Istituto Superiore di Sanità, a breve, possa contare più morti di infarto che di Covid.

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