Conte

Il termine verifica ricorda i vecchi riti della politica. Tanto che preferiscono chiamarla vertice. Ma la sostanza non cambia. E quando nella vecchia politica si arrivava alla verifica voleva dire che il governo era quasi alla frutta, ed inevitabilmente era solo un preludio a quello che sarebbe accaduto da lì a poco. Difficilmente le verifiche nel passato si superavano realmente le difficoltà del momento, ma era solo un modo per prendere tempo, da parte del premier dell’epoca. Ora bisogna vedere se al di là delle parole il governo riuscirà a chiarirsi davvero, perché ci sono evidenti problemi che vanno risolti.

La maggioranza ha una sola via d’uscita quella di ricompattarsi sulle cose concrete a partire da Recovery fund e da come è da chi va gestito, per arrivare alla prossima finanziaria senza dimenticare la necessità di un modo meno emotivo di affrontare le misure anti-Covid, nonché sull’organizzazione di un piano delle vaccinazioni evitando un possibile caos con relativa attenzione per le infiltrazioni di pescecani sempre in agguato quando sentono odore di soldi e commesse. L’anno che sta arrivando ha già chiarito le sue priorità ed in ballo non ci sono solo il destino di un premier e delle forze di maggioranza, ma la credibilità stessa dell’Italia a livello internazionale e la credibilità delle istituzioni nei confronti dell’opinione pubblica.

C’è quindi una valida ragione se le forze politiche tramite i loro vertici chiedono una maggiore collegialità nel processo decisionale, una distribuzione più equa dei compiti, in una fase di attuazioni degli aiuti che ne deciderà anche le sorti future. Le domande che Zingaretti, e con lui Di Maio e Renzi si pongono sono elementari: chi decide come destinare le risorse? E quale è il criterio delle scelte? Non è tanto una questione di rimpasto, tanto che sia il Pd che il M5S lo hanno perlomeno al momento escluso, con Renzi che continua a ringhiare senza presentarsi all’appuntamento con Conte, quanto di impegni precisi sul programma, senza escamotage o sotterfugi.

Il confronto aperto dovrà essere realmente chiarificatore, riconsegnando la responsabilità delle diverse delicate decisioni in campo sanitario ed economico a chi poi dovrà risponderne davanti ai cittadini. Che poi non è altro che una basilare regola della democrazia. Se questo dovesse essere lo spirito del confronto in atto, significherebbe che la maggioranza ha compreso che cosa si aspettano i cittadini e potrebbero spronarli a dire di essere pronti alle difficoltà che si annunciano alla vigilia di un altro anno difficile, tanto quanto se non di più di quello precedente.

Altrimenti se prevarranno furbizie e tatticismi la via diventerà sempre più stretta ed a quel punto non reggerebbe più neppure il dogma della impossibilità di aprire un crisi di governo, se questa venisse in un qualsiasi modo ratificata da comportamenti che non si salvino dalla semplice mistica del stabilità. Un governo non in grado di affrontare con serietà ed autorevolezza la crisi economica e la pandemia dovrebbe andare subito a casa per evitare disastri che potrebbero essere difficili da riparare.