Biden
(foto da profilo FB di J. Biden)

All’indomani della giornata del disonore per Donald Trump, il Congresso degli Stati Uniti ha certificato l’elezione di Joe Biden a presidente e di Kamala Harris a vicepresidente. Un frastornato vicepresidente ancora in carica, Mike Pence, ha dichiarato che la Camera dei Rappresentanti e il Senato hanno confermato il risultato del Collegio elettorale. Il conteggio finale del voto dei grandi elettori assegna la vittoria a Biden per 306 contro 232. Proseguendo nel violento e sconsiderato costume antidemocratico innescato dal tycoon, Pence non ha rivolto alcuna parola di congratulazioni all’amministrazione entrante. Nel pomeriggio di mercoledì i lavori del Congresso erano stati interrotti dalla drammatica invasione del Campidoglio di Washington da parte di facinorosi pro Trump armati. L’ex presidente continua con faccia tosta il suo comportamento anti-istituzionale. Dopo essere stato espulso nelle ultime ore dai social, ha affidato a un suo portavoce il compito di assicurare “una transizione ordinata il 20 gennaio”.

Teppaglia

Ma accanto a questa affermazione ha fatto rilanciare con rinnovata arroganza tutto il suo disprezzo per le regole della democrazia: “Sono totalmente in disaccordo con l’esito delle elezioni e i fatti mi confermano”. È “la fine del più grande primo mandato nella storia presidenziale” ed “è solo l’inizio della nostra lotta per rendere l’America di nuovo grande!”. Il tycoon aveva cercato di inventarsi una trappola per ostacolare la certificazione della vittoria di Biden. Poi accertata la vacuità dei tentativi messi in atto da un gruppuscolo di parlamentari suoi adepti, ha lasciato scatenare la teppaglia suprematista, che ha preso d’assalto il Campidoglio cercando di imporre con una sorta di colpo di mano armato il riconoscimento del risultato del 3 novembre. Che l’incredibile assalto sia stato un episodio ben preparato è stato reso evidente dal monumentale fallimento del sistema di sicurezza. A differenza di tutte le precedenti manifestazioni contrarie a Trump sempre sottoposte a rigide misure di controllo da parte della polizia e della Guardia Nazionale, questa volta è stato evidente il mandato da parte dell’amministrazione Trump di lasciare mano libera ai vandali anti-democrazia.

Jane Fonda

I pochi effettivi della Capitol Police, la forza di sicurezza a protezione del normale funzionamento del Congresso, sono stati rapidamente sopraffatti dagli hooligan pro Trump. I rinforzi della polizia di Washington e della Guardia Nazionale del District of Columbia, ma anche di Virginia e Maryland, sono stati schierati soltanto dopo l’assalto e anche l’entrata in vigore del coprifuoco è stata quanto mai tardiva. Circa un anno fa l’attrice Jane Fonda è stata arrestata e ammanettata per tre volte in poche settimane a Washington, mentre con alcune decine di pacifici manifestanti protestava contro i cambiamenti climatici a distanza siderale da Capitol Hill. Ora, nonostante il prevedibile sabotaggio dei trumpiani, si prevede la necessità di un efficace apparato di sicurezza in occasione dell’inaugurazione della presidenza di Joe Biden il 20 gennaio prossimo.

2 Commenti

  1. nella vera trappola pare esserci è finito Trump. La teppaglia, nutrita ma marginale rispetto a una manifestazione di massa autorizzata e legale, ha potuto impunemente e incredibilmente dare l’assalto ad uno dei luoghi più controllati del pianeta, il Congresso Usa riunito per l’elezione del nuovo presidente. Bisognerebbe capire a chi spettava la sicurezza di quel luogo. Le macroscopiche falle nella sicurezza di un simile luogo, impensabili in un qualsiasi stadio di calcio, non possono essere casuali. La sicurezza dipendeva da Trump stesso, da qualche suo ministro – a lui più o meno fedele – oppure dal sindaco di Washington o dalla stessa polizia del Congresso? nei filmati il risibile cordone di poliziotti sembra addirittura togliere le transenne di fronte ai più esagitati.
    La teppaglia ha fatto finire nel fango e nel sangue l’immagine di uno scomodissimo Trump che avrebbe non tanto funestato con il suo manipolo di parlamentari l’elezione di Biden, ma sarebbe restato punto di riferimento per una massa sconfinata di americani che ritengono a torto o a ragione che in queste elezioni siano avvenute irregolarità e che comunque avevano – almeno fino a ieri – come punto di riferimento politico Trump ben più dello stesso partito repubblicano. Dopo l’assalto barbarico di ieri la sua immagine è infangata per sempre dalla furia della canaglia inferocita – non dissimile in verità a quella delle tante rivoluzioni colorate osannate in Occidente – che verrà per sempre associata al suo nome cancellando in un pomeriggio i 70 e passa milioni di voti ricevuti, i successi ottenuti in questi anni che, fino all’arrivo della pandemia, facevano immaginare molto probabile la sua rielezione, l’assenza di guerre americane in giro per il mondo e anche il ricordo delle sue gesta spregiudicate quale l’omicidio di Soleimani in un Paese neutrale e la strage della sua scorta. Luci e ombre annullate da un’orda di esagitati che ha avuto modo di fare ingresso nel Congresso perché magari qualche manina le ha consentito di entrarci. Trump oggi è reputato il responsabile morale se non il mandante dell’assalto comprese le conseguenze provocate dalla polizia che ha aperto disinvoltamente il fuoco sulla folla inferocita ma disarmata (a proposito dove sono gli sdegnati accusatori di Placanica che sparò su un manifestante più armato di Ashli Babbit? si scandalizzeranno se al Congresso Usa qualcuno le dedicherà un’aula come è avvenuto con Carlo Giuliani?). è ancora lecito porsi la domanda “cui prodest” o si deve credere che gli Usa hanno non solo manifestanti ma anche servizi di sicurezza da “Repubblica delle banane”?

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