La mini-fiducia non salva Draghi. Verso il getto della spugna. Il premier impallinato da Conte, Salvini e Berlusconi

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Draghi
(foto governo.it)

La ‘mini-fiducia’ concessagli dal Senato – solo 95 i sì, 38 i contrari, 192 i senatori presenti, 133 i votanti, 67 la maggioranza – non salva Mario Draghi al termine di una giornata che il segretario Pd Letta ha definito “folle” (“Il Parlamento ha deciso di mettersi contro l’Italia” ha scritto in un tweet) e che apre scenari da campagna elettorale (si parla di elezioni il 2 Ottobre) se il capo dello stato decidesse nelle prossime ore lo scioglimento delle Camere. Un Draghi che dopo un anno e mezzo di governo non sembra avere altra scelta che quella di gettare la spugna, recandosi al Quirinale a confermare le dimissioni, impallinato politicamente dal capo dei pentastellati e suo predecessore a palazzo Chigi Giuseppe Conte, un leader politico col quale non è mai corso buon sangue, un leader che ha aperto sostanzialmente la crisi una settimana fa non partecipando al voto sul decreto aiuti spingendo così il premier alle dimissioni poi respinte da Mattarella. Ad onor del vero però Draghi è stato impallinato anche da Salvini e Berlusconi che oggi dopo un vertice del centrodestra di governo a Villa Grande hanno deciso – respinta la loro risoluzione che voleva un nuovo governo senza il M5s – la non partecipazione al voto dei rispettivi senatori nella conta sulla fiducia in corso al Senato, facendo evaporare definitivamente quella maggioranza sulla quale si sosteneva l’esecutivo guidato dall’ex-numero uno della Bce. Ma provocando anche specie all’interno di Fi qualche sconquasso come l’abbandono polemico della ministra Gelmini che ha contestato una decisione “contro l’Italia” presa dal Cavaliere in questo frangente accodandosi al leader della Lega. Maggioranza evaporata dunque nel giorno in cui Draghi avrebbe voluto rivitalizzarla con un nuovo ‘patto’ di fiducia. Ma non è andata così e a palazzo Madama, mentre lo spread saliva e Piazza Affari risultava la peggiore d’Europa, i senatori M5s e quelli di Lega e Fi non votavano: i pentastellati dichiarandosi “presenti non votanti” per non far mancare il numero legale. La certificazione che l’appello del premier era caduto nel vuoto e che la maggioranza non esisteva più. Un’ulteriore riflessione proiettata sullo scenario internazionale: non è difficile immaginare che oggi al Cremlino si brindi per gli sviluppi della crisi in Italia. Dopo il crollo interno di Boris Johnson e il Macron azzoppato dalla sconfitta nelle legislative francesi, ora tocca a Draghi e Putin, guardando all’Europa e ai suoi avversari sulla crisi Ucraina segna un altro punto a suo favore.

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