Kurdistan: PKK annuncia ritiro di tutti i combattenti dalla Turchia. Ankara, obiettivo la pace

Il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) ha annunciato di aver ritirato tutti i suoi combattenti dal territorio turco. Un passo definito “storico” ​​e che apre la seconda fase del processo di pace in corso con la Turchia. Il PKK, fondato nel 1978, è in lotta con Ankara per i diritti del popolo curdo. Il leader Abdullah Ocalan, 76 anni, che ha aperto alla pacificazione e deciso lo scioglimento dell’organizzazione, è stato catturato e imprigionato nel 1999. Nei circa quattro decenni di scontri e rappresaglie sono state uccise più di 50.000 persone.

Congresso

A maggio 2025, il 12esimo congresso del PKK ha stabilito di porre fine alla struttura organizzativa del gruppo e alla sua strategia di lotta armata. Ora tutti i miliziani si sono spostati nelle cosiddette Zone di Difesa di Medya, un’area montuosa del Kurdistan iracheno al confine tra Iran e Iraq. In particolare, la zona dei monti Qandil è nota come quartier generale del PKK. La decisione del ritiro è stata presa in considerazione delle “gravissime minacce al futuro della Turchia e dei curdi, poste dai conflitti e dalle guerre in Medio Oriente”, hanno affermato 25 dirigenti e alti comandanti del PKK, in una conferenza stampa tenutasi a Binare Qandil.

Integrazione

Il PKK ha affermato che il ritiro fa parte degli sforzi per far progredire i processi di disarmo e di integrazione. “I passaggi legali e politici richiesti dal processo” di pacificazione e “le leggi sulla libertà e l’integrazione necessari per partecipare alla politica democratica” in Turchia, “devono essere attuati senza indugio”. L’impegno è quello di difendere i diritti della minoranza curda in Turchia con mezzi democratici. Omer Celik, portavoce del partito AKP del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, ha rilevato come il ritiro sia conseguenza concreta dell’obiettivo del governo di rendere la Turchia “libera dal terrorismo”. Una commissione parlamentare, composta da 48 membri, dovrà decidere anche la sorte di Ocalan, in isolamento nell’isola-prigione di Imrali, nel mar di Marmara a sud di Istanbul.

Rojava

I curdi con il sostegno americano, per il loro impegno nella guerra contro l’ISIS, hanno dato vita a un’altra regione autonoma, Rojava, nel nord della Siria. A luglio scorso, decine di combattenti del PKK hanno celebrato una cerimonia simbolica di disarmo a Sulaymaniyya nel Kurdistan iracheno, bruciando pubblicamente le proprie armi per celebrare la transizione del gruppo dalla lotta armata all’impegno politico. Sia Ocalan che il Partito per l’Uguaglianza e la Democrazia Popolare (DEM), filo-curdo che opera in Turchia, hanno ripetutamente espresso preoccupazione per la mancanza di progressi concreti e per l’assenza di un quadro politico chiaro che garantisca il successo del processo di pace.

Erdogan

Questi nuovi “passi storici compiuti dalla parte curda, sotto la guida di Ocalan e del PKK – è stato rimarcato nella conferenza stampa -, hanno avuto un profondo impatto sul panorama politico e sociale della Turchia, rivelando un nuovo spirito e una nuova volontà verso la pace e la democratizzazione”. Di qui l’esortazione ad Ankara ad adottare misure reciproche. Una delegazione del DEM dovrebbe incontrare il presidente turco Erdogan nei prossimi giorni. Alcuni osservatori affermano che il ritiro completo del PKK potrebbe creare nuove aperture diplomatiche tra Ankara e il movimento curdo, sebbene permanga la questione delle operazioni militari in corso da parte della Turchia contro le aree autonome curde nel nord dell’Iraq e in Siria.

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Alessandro Cavaglià
Alessandro Cavaglià
Giornalista parlamentare, classe 1956. Già vice caporedattore AGI, responsabile pro tempore delle redazioni Politico-parlamentare, Interni-Cronaca e della Rete speciale per Medio Oriente e Africa. Ha lavorato ad AdnKronos e collaborato con La Stampa e Il Mondo. Laureato in Lettere-Storia moderna all'Università La Sapienza di Roma

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