Undici appartenenti alle gang criminali delle cybertruffe con base nel Myanmar sono stati giustiziati in Cina. Erano stati condannati a morte a settembre da un tribunale di Wenzhou, nella provincia orientale cinese dello Zhejiang, pena poi confermata dalla la Corte Suprema del Popolo. Negli ultimi anni Pechino ha intensificato la lotta alle truffe informatiche nel sud-est asiatico. I condannati alla pena capitale erano considerati “membri chiave” della cosca conosciuta come “famiglia Ming”, responsabili di crimini tra cui l’omicidio volontario, lesioni intenzionali, frode e gestione di sale da gioco, per un giro d’affari superiore a 1,4 miliardi di dollari.
Processo
“Le bande – ha riferito l’agenzia Xinhua – hanno intenzionalmente ucciso, aggredito e detenuto illegalmente persone coinvolte nelle frodi, causando la morte di 14 cittadini cinesi e il ferimento di altri sei”. Il processo in tribunale si è svolto a porte chiuse, anche se è stato consentito a più di 160 persone, tra cui i familiari delle vittime, di presenziare all’udienza di condanna. I Ming sono uno dei clan che operano nella cittadina birmana di Laukkaing, al confine con la Cina, trasformata da piccolo centro sperduto in località con casinò e quartieri a luci rosse. Altri processi, con condanne a morte, hanno coinvolto appartenenti alla famiglia Bai, mentre quelli contro le famiglie Wei e Liu non si sono ancora conclusi. I centri internazionali delle cybertruffe non si trovano unicamente nelle zone di confine del Myanmar contese da milizie di vari gruppi etnici al governo militare centrale, ma anche in Thailandia e Cambogia.
Multimiliardaria
I centri fanno parte di un’industria illegale multimiliardaria, che utilizza vittime di tratta obbligate a lavorare ai computer per gestire la rete delle truffe online. Tra le mura di questi complessi ultra sorvegliati regna la cultura delle minacce e della violenza. Percosse e torture, secondo le testimonianze dei lavoratori liberati, sono all’ordine del giorno. Decine di migliaia di persone sono state rimpatriate in Cina. Lo scorso anno oltre 7.600 cittadini cinesi che operavano nelle strutture legate alle frodi nelle telecomunicazioni e al gioco d’azzardo online, sono stati rimpatriati dalla città di Myawaddy in Myanmar al confine con la Thailandia. A inizio 2026 il faccendiere Chen Zhi è stato estradato in Cina dalla Cambogia. Gli Stati Uniti accusano Zhi di essere a capo del Prince Holding Group, uno dei più grandi conglomerati della Cambogia, utilizzato come copertura per “una delle più grandi organizzazioni criminali transnazionali dell’Asia”. La Cina, ha affermato un portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, è attivamente impegnata nella cooperazione bilaterale e multilaterale con Thailandia, Myanmar e altri paesi, per porre fine alla piaga del gioco d’azzardo online e delle frodi nelle telecomunicazioni.
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