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mercoledì, 1 Febbraio 2023

Mattarella e Pahor mano nella mano per chiudere i drammi della guerra

Mano nella mano davanti alla foiba di Basovizza e poi ancora insieme a Trieste, per la restituzione del palazzo del “Narodni dom” alla comunità slovena. Il Presidente della Repubblica italiana e quello della Slovenia hanno voluto chiudere le tragiche pagine della Seconda Guerra mondiale. Non dimenticando i tanti morti e gli esuli provocati dall’italianizzazione fascista di Istria e Dalmazia e poi dal tentativo della ex Jugoslavia di annettere la Venezia Giulia alla fine del conflitto. Il Presidente della Slovenia, Borut Pahor, è il primo presidente di uno dei Paesi nati dalla disgregazione della ex Jugoslavia a commemorare le vittime italiane delle foibe, massacrate tra il 1943 e il 1945.

Patrimonio comune

Sergio Mattarella ha poi reso a sua volto omaggio monumento dei Quattro Martiri, che ricorda la fucilazione nel 1930 di un gruppo di irredentisti e antifascisti sloveni, condannati a morte dal Tribunale speciale fascista. Mattarella e Pahor sono giunti in prefettura a Trieste hanno incontrato lo scrittore italiano di lingua slovena, Boris Pahor, 107 anni, consegnandogli alte onorificenze dei due Paesi. “Le offro – ha detto Pahor – a tutti coloro che ho conosciuto nel campo di concentramento e che sono morti e alle vittime del nazifascismo e della dittatura comunista”. La restituzione del Narodni Dom, la Casa del popolo, alla comunità slovena è avvenuta esattamente a 100 anni dall’incendio provocato dalle squadracce fasciste. “La storia non si cancella e le esperienze dolorose sofferte dalle popolazioni di queste terre – ha rilevato Mattarella – non si dimenticano”. Quelle sofferenze oggi, alla luce della “scelta di integrazione nell’Unione europea”, occorre diventino “patrimonio comune, nel ricordo e nel rispetto, sviluppando collaborazione, amicizia, condivisione del futuro. In nome dei valori comuni: libertà, democrazia, pace”.

Orrore e ricordo

Pahor ha parlato di una “gioia immensa”, di “un giorno di festa perché celebriamo insieme un’impresa condivisa”. Le cifre dell’orrore sono terribili: nei 29 mesi di occupazione italiana nella sola provincia di Lubiana vennero fucilati circa 5 mila civili e altre 7 mila persone trovarono la morte nei campi di concentramento. Dopo, con l’arrivo dei nazisti e dei repubblichini di Salò, crudele simbolo divenne la Risiera di San Sabba, unico campo di concentramento nell’area dell’Europa occidentale provvisto di forno crematorio, dove perirono ebrei e prigionieri politici. Nelle fasi finali della guerra e nell’immediato dopoguerra, le forze jugoslave del comandante Tito non risparmiarono le violenze. Almeno 5mila persone scomparvero nelle stragi delle foibe e, tra il 1946 e il 1956, si compì il tragico esodo degli italiani originari di quelle terre. Si calcola che un numero compreso tra le 250 mila e le 350 persone venne costretto ad abbandonare i paesi nei quali vivevano da generazioni. Solo una parte degli esuli trovò ospitalità nell’Italia divisa dalla Guerra Fredda, gli altri si dispersero nel mondo. Il 10 febbraio di ogni anno il Giorno del ricordo commemora le vittime delle foibe e l’esodo giuliano-dalmata.

Alessandro Cavaglià
Alessandro Cavaglià
Giornalista parlamentare, classe 1956. Già vice caporedattore AGI, responsabile pro tempore delle redazioni Politico-parlamentare, Interni-Cronaca e della Rete speciale per Medio Oriente e Africa. Ha lavorato ad AdnKronos e collaborato con La Stampa e Il Mondo. Laureato in Lettere-Storia moderna all'Università La Sapienza di Roma

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