Economia

Se si rapporta la diversa gravità delle crisi del 2011 e del 2020, alla fine si potrebbe scoprire “che il tecnico keynesiano Draghi rischia di ottenere risultati macroeconomici netti peggiori del tecnico dell’austerity Mario Monti”. Parola di Emiliano Brancaccio, docente di Economia politica ed Economia internazionale presso l’Università del Sannio. Derubricati i dissensi politici, limitati alle frange patriottarda di Meloni e ‘ultra-grillota’ di Di Battista, restano dubbi proprio sul terreno di elezione del professor Draghi: l’economia.

Nietzsche

Brancaccio fa riferimento alla teoria filosofica dell “Eterno ritorno” di Friedrich Nietzsche e spiega il suo punto di vista eretico, rispetto alla “cerimonia di santificazione del professor Draghi“. A “Sportello Italia” su Radio1 Rai, l’economista neo-marxista, con venature legate a Keynes e Sraffa, parla di “un film già visto” nel possibile esito finale. “Questa nuova avventura di Draghi nel ruolo di premier – aveva detto Brancaccio, intervistato dal Manifesto – viene presentata in base a una narrativa ‘tecno-keynesiana’. Cioè l’idea è che il tecnico sia chiamato non a tagliare – come successo storicamente – ma a distribuire ingenti risorse. E questo ne spiega il consenso generalizzato”. Ma nel 2011 Monti, secondo Brancaccio, “attuò sì una politica di austerity con tagli di bilancio di circa 21 miliardi all’anno per due anni”, ma a fronte “di una crisi che comportò una caduta del Pil di soli 36 miliardi in due anni”. Di Draghi “sappiamo che la sua politica di espansione keynesiana sarà centrata sul Recovery Plan. Purtroppo però la crisi attuale soltanto l’anno passato ha già bruciato 160 miliardi di Pil”.

Next Generation EU

Di qui un elemento non trascurabile: “Monti fece austerity per circa 2 punti e mezzo di Pil in una fase in cui questo cadeva di soli 2 punti. Draghi farà espansione, ma al massimo sarà di 3 punti, di fronte a una crisi che ha già determinato un crollo spaventoso di 9 punti del Pil”. I dubbi di Brancaccio e del collega Riccardo Realfonzo, espressi in un articolo pubblicato sul Financial Times, riguardano poi in complesso il versante italiano del Next Generation EU. Dei 209 miliardi di euro che il Recovery Plan stanzierà all’Italia per i prossimi 6 anni, “127 sono prestiti, che prevedono solo un risparmio sullo spread di non più di 4 miliardi all’anno”. Riguardo ai restanti 82 miliardi a fondo perduto, “l’importo netto dipenderà dal contributo dell’Italia al bilancio europeo. Considerato che un accordo su rilevanti imposte europee appare improbabile, i paesi membri dovranno contribuire come di consueto in relazione al Pil nazionale, il che implica che l’Italia dovrebbe pagare non meno di 40 miliardi”.

Laissez-faire

Secondo Brancaccio e Realfonzo quindi la sovvenzione europea netta sarà “di soli 42 miliardi, o 7 miliardi all’anno”. Infine, se si considera che nella prossima sessione l’Italia contribuirà alla parte restante del bilancio UE per circa 20 miliardi, “il trasferimento netto totale scende a meno di 4 miliardi all’anno”. A conti fatti l’Italia riceverà “molto meno di 10 miliardi all’anno dall’Europa per i prossimi 6 anni. Una somma modesta se paragonata a una crisi” molto più grave delle passate recessioni. In conclusione, Brancaccio e Realfonzo ritengono non causale che, “nel suo recente rapporto per il G30, Draghi abbia esortato i governi a sostenere la ‘distruzione creatrice’ del libero mercato. Non Keynes, ma una versione ‘laissez-faire’ di Schumpeter”. Insomma, se lo sforzo dell’UE per la ripresa non aumenterà, “la politica di Draghi potrebbe rivelarsi non troppo diversa dall’austerità dei tecnocrati che lo hanno preceduto” a Palazzo Chigi.