Siria Assad
(foto da account Twitter Syrian Presidency)

Bashar Assad si conferma presidente della Siria a furor di popolo. O quantomeno con un sostegno del 95,1% dei siriani che vivono nelle zone del paese liberate dalla presenza jihadista. Assad, 55 anni, resta in sella anche grazie al sostegno militare della Russia e dell’Iran, in modo diretto e attraverso gli Hezbollah sciiti libanesi. Designato successore dal padre, Hafiz al-Assad, nel luglio 2000, il presidente siriano è al suo quarto mandato. L’affluenza alle urne è stata del 78,66%.

Guerra civile

L’account Twitter ufficiale del governo siriano canta vittoria: “I siriani hanno detto la loro. Bashar Assad vince le elezioni presidenziali della Repubblica araba siriana”. Le forze islamiste hanno scatenato dal 2011 la guerra civile. Un conflitto decennale che ha causato quasi 400 mila morti e costretto metà della popolazione a fuggire dalle proprie case. Compresi quasi sei milioni di rifugiati all’estero. Nonostante dubbi e riserve occidentali sulla regolarità delle elezioni, Assad ha potuto dimostrare che la parte della Siria affrancata dal giogo islamista funziona, quasi normalmente.

Opposizione

Alle presidenziali oltre ad Assad correvano ex ministro Abdullah Salum Abdullah (che ha conquistato l’1,5% dei voti) e il leader dell’opposizione, Mahmoud Ahmad (3,3%). Si è votato anche in alcune ambasciate di Damasco all’estero. I ministri degli Esteri di Francia, Germania, Italia, Regno Unito e Stati Uniti hanno rilasciato una dichiarazione congiunta prima del voto, definendolo “né libero né equo” senza la supervisione dell’ONU. La garanzia della copertura aerea assicurata da Mosca e la presenza sul terreno delle milizie iraniane pasdaran e di Hezbollah, ha consentito all’esercito di Assad di riprendere il controllo delle città più grandi.

Rojava

Sacche di resistenza islamista si trovano a nord, nella provincia di Idlib, e a sud al confine con Libano e Israele. Nell’area nord-orientale della Siria si è creata un’area autonoma sotto il controllo dei curdi, capofila nella lotta contro l’Isis, denominata Rojava. Si tratta di una regione dove è in atto l’esperimento di un governo popolare laico, democratico, con garanzie eccezionali per il Medio Oriente – con l’eccezione di Israele – per l’uguaglianza di genere, il pluralismo culturale e religioso e la sostenibilità ambientale. Il tutto però, dopo l’abbandono del sostegno USA ai curdi, sotto la continua minaccia militare da parte della Turchia.