Tigray milizia

Il primo ministro etiope, Abiy Ahmed, ha ordinato un’azione militare e lo stato di emergenza nella regione settentrionale del Tigray. L’annuncio dopo settimane di crescenti tensioni, culminate in un attacco a un campo dell’esercito federale il 4 novembre. Il rischio è di una escalation che potrebbe portare a una vera e propria guerra civile. Fino all’arrivo al potere nel 2018 di Abiy – esponente dell’etnia oromo maggioritaria ma a lungo marginalizzata – l’Etiopia era stata guidata dai leader del Fronte di liberazione del Tigray (TPLF). Prima Meles Zenawi e poi Hailé Mariàm Desalegn hanno governato il grande Paese del Corno d’Africa senza sbocchi sul mare, già ex colonia italiana, ininterrottamente dal 1991, quando il Fronte rovesciò il regime comunista del generale Menghistu.

Democrazia

Abiy ha avviato un programma di riforme e di democratizzazione, impegnandosi a risolvere il conflitto ultraventennale con la confinante Eritrea, che gli è valso il premio Nobel per la pace nel 2019. Il TPLF ha rifiutato di aderire a novembre dello scorso anno alla coalizione che ha dato vita al nuovo Partito della Prosperità etiope. Formazione promossa da Abiy per superare le divisioni etniche e unire il Paese. Nel settembre scorso il TPLF ha sfidato apertamente Addis Abeba facendo svolgere elezioni nella regione. La vittoria a valanga è stata dichiarata nulla dal governo centrale, che aveva disposto la sospensione di ogni appuntamento elettorale causa Covid.

Rischio Jugoslavia

La tensione tra Abiy e il presidente del Tigray, Debrestion Gebremichael, è salita alle stelle. Il rischio concreto à ora quello di una conflittualità che potrebbe rendere l’Etiopia una sorta di Jugoslavia del Continente africano. Gebremichael denuncia una vera e propria ‘detigrinizzazione’ di tutti gli apparati dello Stato, finora nelle mani di esponenti della sua etnia, che rappresenta circa il 6% della popolazione etiope. Di qui la richiesta di dimissioni di Abiy e della creazione di un governo provvisorio. Secondo il premier, al contrario, il TPLF sarebbe dietro alle proteste, agli omicidi politici, alle ribellioni armate che vorrebbero fermare la transizione dell’Etiopia verso la democrazia.

Milizia

Il Tigray dispone di una propria milizia e il governo locale fa conto sui comandanti di etnia tigrina delle truppe federali. Al momento la situazione militare non è chiara. La rete telefonica e quella Internet sono bloccate in tutta la regione. Alcuni testimoni parlano di sparatorie nel capoluogo Macallè e nella zona dell’aeroporto, dove sarebbero giunti velivoli con commandos dell’esercito di Addis Abeba. Il TPLF avrebbe mantenuto il controllo e Gebremichael ha dichiarato che se ci sarà la guerra: “Siamo pronti non solo a resistere, ma a vincere”. In una dichiarazione Abiy ha denunciato attacchi del TPLF anche nella città di Dansha, nel Tigray occidentale al confine con la regione di Amhara. Tra Tigray e il gruppo etnico degli Amhara, circa il 30% della popolazione etiope, non corre buon sangue, con reciproche rivendicazioni territoriali. Ancora più preoccupante è la possibilità di intervento dell’Eritrea a fianco del governo centrale etiopico.

Afwerki

Il presidente dell’Eritrea, Isaias Afwerki, nutre un vecchio rancore contro il TPLF per le sorti in particolare della città di Badme, epicentro della guerra Etiopia-Eritrea tra il 1998 e il 2000. La scelta di Abiy di rinunciare a Badme è stata la premessa della pace raggiunta con Afwerki. Un clima positivo tra Asmara e Addis Abeba confermato nei giorni scorsi in occasione della seconda visita ufficiale di Afwerki in Etiopia. L’intesa con l’Eritrea è importante per l’Etiopia anche per la questione della GERD, la “Grande diga della rinascita”, realizzata sul Nilo Azzurro che ha resto tesissimi i rapporti regionali con Egitto e Sudan.