Etiopia OMS

Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), qualche mese fa era stato messo nel mirino da Trump per presunti favori alla Cina nella lotta al Covid. Ora l’attacco nei suoi confronti viene dal suo stesso paese, l’Etiopia. L’accusa è di fiancheggiare, se non addirittura di aver procurato armi ai ribelli del Fronte di liberazione popolare del Tigray (TPLF). Dall’inizio del mese il governo di Addis Abeba guidato dal premier, Abiy Ahmed, premio Nobel per la pace nel 2019, ha avviato una campagna militare contro le mire autonomiste della regione settentrionale del Tigray.

Divisioni etniche

Prima dell’arrivo al potere di Abiy nel 2018, l’Etiopia era stata guidata ininterrottamente dal 1991 dai leader del TPLF e Ghebreyesus era stato ministro della Salute. Abiy – esponente dell’etnia oromo maggioritaria, ma a lungo marginalizzata – ha avviato un programma di riforme e di democratizzazione, impegnandosi a risolvere il conflitto ultraventennale con la confinante Eritrea. Il TPLF ha rifiutato di aderire alla coalizione promossa da Abiy per superare le divisioni etniche e unire il Paese. Nel settembre scorso il TPLF aveva sfidato apertamente Addis Abeba, facendo svolgere elezioni nella regione vinte senza problemi. Ma il governo federale etiopico le ha dichiarate nulle e ha proclamato lo stato di emergenza nella regione con l’invio di truppe. Nei pesanti scontri con le milizie tigrine si sono avuti centinaia di vittime. Il lancio di missili del TPLF contro Asmara, capitale della confinante Eritrea, ha poi fatto rischiare l’allargamento del conflitto all’intero Corno d’Africa.

Pandemia

Il capo dell’esercito etiopico, generale Berhanu Jula, ha detto in una conferenza stampa che Ghebreyesus “non ha lasciato nulla di intentato” per sostenere il TPLF. “Ha fatto di tutto per sostenerli, ha fatto campagna politica con i paesi vicini e ha lavorato per ottenere armi”. Ghebreyesus, 55 anni, nel maggio 2017 è stato il primo africano eletto alla guida dell’OMS ed è diventato famoso a livello mondiale durante la pandemia di coronavirus. Gli scontri armati in Tigray preoccupano fortemente le cancellerie internazionali, si teme per la sicurezza regionale e per lo svilupparsi di una crisi umanitaria. Più di 30 mila profughi hanno già attraversato il confine tra Etiopia e Sudan per sfuggire ai combattimenti. Il rischio concreto è quello di una conflittualità che potrebbe rendere l’Etiopia una sorta di Jugoslavia del Continente africano.

Atrocità

Il presidente del Tigray e capo del TPLF, Debrestion Gebremichael, denuncia una vera e propria ‘detigrinizzazione’ di tutti gli apparati dello Stato, che erano stati nelle mani della sua etnia, che rappresenta circa il 6% della popolazione etiope. Secondo il primo ministro Abiy, al contrario, il TPLF vuole fermare la transizione dell’Etiopia verso la democrazia e la pace con l’Eritrea. In uno storico accordo con il presidente dell’Eritrea, Isaias Afwerki, Abiy aveva rinunciato a ogni pretesa dell’Etiopia sulla città di confine di Badme, epicentro della guerra Etiopia-Eritrea tra il 1998 e il 2000. Ma la sua scelta è stata contestata dal TPLF, che vuole mantenere il controllo su Badme. Il governo di Addis Abeba ha denunciato iniziative di pulizia etnica da parte delle forze tigrine, documentate da Amnesty International. Sarebbero stati uccisi centinaia di civili di etnia Amhara nell’area di Maykadra. La regione di Amhara confina con il Tigray e il suo gruppo etnico, a lungo penalizzato dai governi del TPLF, rappresenta circa il 30% della popolazione etiope. Il generale Berhanu Jula ha ammonito: “Mentre entriamo nella fase finale delle operazioni per riportare ordine in Tigray, vorremmo ricordare ai leader del TPLF che le atrocità commesse dalle loro forze costituiscono crimini gravi sia ai sensi del diritto etiope che di quello internazionale”.