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mercoledì, 1 Febbraio 2023

Manovra, le promesse elettorali (per fortuna) non mantenute e i ‘regalini’ ai soliti noti. Meloni (per fortuna) tiene nave Italia nella rotta europea

La legge di bilancio del governo di destra dopo giorni di annunci, di figuracce e di promesse da marinaio supera la boa della fiducia a Montecitorio. Ora il passaggio al Senato dovrebbe essere una pura formalità. Unica scusante per Giorgia Meloni e i suoi, il tempo davvero breve dopo le elezioni per il varo della manovra in tempo utile per evitare l’incubo dell’esercizio provvisorio.

Giovane

Una maggioranza ‘giovane’, reduce da anni di opposizione e di promesse elettorali roboanti, ha mostrato seri problemi di incapacità e di superficialità politica e tecnica. Avevano giurato di essere “pronti”, ma alla prova dei fatti si sono dimostrati totalmente impreparati. Addirittura non si è stati in grado di utilizzare positivamente un’istituzione come la Ragioneria generale dello Stato per l’indispensabile verifica della copertura degli interventi di spesa. Si sono messe pezze fino all’ultimo secondo prima del voto di fiducia, in un misto di improvvisazione e arroganza.

Ordine

La parola d’ordine in queste settimane è stata sempre “Tutto a posto”, mentre nulla era in ordine. L’opposizione, tralasciando l’estremismo peronista dei contiani, non ha avuto praticamente voce in capitolo. Alla fine la capogruppo Pd, Debora Serracchiani, denuncia: “Una manovra vigliacca, che toglie a tanti per dare a pochi”. Mentre l’economista del Terzo polo, Luigi Marattin ironizza: “Ci siamo trovati con una manovra zeppa di misure, la più strutturale delle quali è la riduzione della tassazione per i pensionati che hanno lavorato nel Principato di Monaco”. Ci sono poi le botte al welfare, i ‘regalini’ agli evasori fiscali e il regalone alle società di calcio di serie A. Ancora Marattin chiosa: “La politica è diventata una via di mezzo fra una pubblicità ingannevole e uno scadente reality show”.

Ancoraggio

In questo quadro resta come elemento di speranza per il futuro, la scelta di ancoraggio europeo fatta dal presidente del Consiglio Meloni. Di fatto sono stati abbandonati gli slogan elettorali sullo scostamento di bilancio, le baby pensioni, la ‘tassa piatta’ e – in continuità con Draghi – si è mantenuta una linea di equilibrio dei conti pubblici. Meloni continua a fare la tosta sul MES e rimarca: “Firmo col sangue che non lo chiederemo mai”. Ci auguriamo con lei che una tale firma non debba mai servire. Nel contempo però fa buon viso a cattivo gioco e, di fatto, apre le porte alla ratifica della riforma del meccanismo di assistenza finanziaria UE. Anche perché l’Italia non può restare la pecora nera, il solo Paese a non averlo fatto.

Alessandro Cavaglià
Alessandro Cavaglià
Giornalista parlamentare, classe 1956. Già vice caporedattore AGI, responsabile pro tempore delle redazioni Politico-parlamentare, Interni-Cronaca e della Rete speciale per Medio Oriente e Africa. Ha lavorato ad AdnKronos e collaborato con La Stampa e Il Mondo. Laureato in Lettere-Storia moderna all'Università La Sapienza di Roma

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