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martedì, 23 Luglio 2024

UE: a Bruxelles non si vince facile. A dare le carte è ancora il PPE e Meloni deve tirare il freno a mano

In Europa non si vince facile. Giunta a Bruxelles per la riunione informale del Consiglio Europeo con la quarta innestata, Giorgia Meloni è stata costretta a tirare il freno a mano. Nella cena dei capi di Stato e di governo dell’UE si cominciava a discutere del nuovo pacchetto di cariche chiave dell’Unione Europea e i popolari del PPE, vincitori del recente confronto elettorale continentale, intendono dare le carte. La premier pensava di avere il vento in poppa dopo i risultati delle elezioni in Italia e gli esiti del G7, ma a dovuto fare i conti con realtà. Il suo gruppo europeo, quello dei conservatori ECR, ancora non trova spazio nell’inner circle dei partiti che hanno costruito e che oggi governano l’Unione: popolari, socialisti e liberali.

Metodo

Meloni ha celato la bile dietro, come riporta il Corriere della sera, un richiamo alle regole: “Il metodo è sbagliato. Io non ci sto ad accettare un pacchetto di nomine preconfezionato, le soluzioni di cui si discute non sono state concertate con tutti”. Dalla riunione di ieri, come ha chiarito al termine della cena il presidente uscente della Commissione, Charles Michel, non era previsto uscisse l’accordo: “È stata una buona occasione per scambiarsi opinioni e preparare il Consiglio Europeo della prossima settimana”. Insieme alle cariche si dovranno definire i punti chiave dell’agenda strategica dell’UE: i valori comuni, la difesa e la competitività economica.

Incarichi

Tre gli incarichi da definire: presidente della Commissione Europea, dove la favorita resta la popolare Ursula von der Leyen; presidente del Consiglio europeo, con in pole position l’ex premier socialista del Portogallo, Antonio Costa; e quello di alto rappresentante per la politica estera, con buone possibilità per l’attuale primo ministro liberale dell’Estonia, Kaja Kallas. Altro incarico importante, che non viene però deciso dai leader, ma dal confronto tra i gruppi politici, quello di presidente del Parlamento europeo, dove è ben piazzata per un rinnovo dell’incarico la popolare di Malta, Roberta Metsola. Come detto, proprio il PPE, forte dei suoi 190 seggi su 720 a Strasburgo, rivendica la parte del leone; anche se i guadagni in termini di consensi ottenuti dall’estrema destra, a partire dalla Francia e dalla Germania, vedono ringalluzzirsi i leader più conservatori, a cominciare dall’ungherese, Viktor Orban.

Volontà

Il capo di Budapest ha sparato a pallettoni, e a Meloni saranno fischiate le orecchie: “La volontà del popolo europeo è stata ignorata. Il Ppe, invece di ascoltare gli elettori, alla fine si è alleato con i socialisti e i liberali e continueranno a sostenere l’immigrazione e a inviare ancora più denaro e armi alla guerra Russia-Ucraina. Non cederemo, uniremo le forze della destra europea e lotteremo contro i burocrati”. Sembra che anche Meloni rifugga da queste affermazioni estremiste e sempre secondo il Corriere della sera non accoglierà Orban nell’ECR. Ma tant’è. Il marchio dell’estrema destra sembra indelebile anche per lei. “Non è un segreto – aveva detto dopo il G7 il cancelliere socialdemocratico tedesco, Olaf Scholz – che Meloni sia all’estrema destra dello spettro politico” e arrivando alla cena di Bruxelles ha rimarcato: “È chiaro che in Parlamento europeo non deve esserci alcun sostegno per il presidente della Commissione che si basi su partiti di destra e populisti di destra”. Un concetto confermato per i popolari dal premier polacco, Donald Tusk: “Non è mio compito convincere Meloni. Abbiamo già una maggioranza con Ppe, liberali, socialisti e altri piccoli gruppi. La mia sensazione è che sia già più che sufficiente”. Sulla carta si tratta di almeno 406 voti (190 PPE, 136 socialisti e 80 liberali di Renew Europe) sui 360 necessari. Ma numeri ampi sono importanti per la possibile presenza di franchi tiratori nel voto a scrutinio segreto.




Alessandro Cavaglià
Alessandro Cavaglià
Giornalista parlamentare, classe 1956. Già vice caporedattore AGI, responsabile pro tempore delle redazioni Politico-parlamentare, Interni-Cronaca e della Rete speciale per Medio Oriente e Africa. Ha lavorato ad AdnKronos e collaborato con La Stampa e Il Mondo. Laureato in Lettere-Storia moderna all'Università La Sapienza di Roma

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